Safety Pills «Filippo, ma perché hai parlato anche dei tuoi errori?»

«Filippo, ma perché hai parlato anche dei tuoi errori?»

Immagine illustrativa generata con IA.

Me lo chiese un collega alla fine di un corso, dopo avermi fatto i complimenti. Quella critica mi è rimasta impressa.

Parliamo tanto di “cultura della sicurezza”. Ma quanto spazio lasciamo al racconto di ciò che non è andato bene, anche quando riguarda noi?

Confesso una certa stanchezza per questa espressione. Mi capita di sentirla annunciare in corsi e convegni e poi ascoltare soprattutto obblighi, articoli di legge, sanzioni e responsabilità.

Vorrei che da lì si arrivasse alle persone: alle difficoltà concrete, alle decisioni, alle abitudini, alle ragioni per cui una regola viene rispettata oppure aggirata.

Le norme e le leggi sono fondamentali. Proprio per questo, quando le insegniamo, vorrei che dedicassimo spazio anche alla loro ragione: quale problema affrontano, quale rischio intendono prevenire, in quali condizioni si applicano.

Accanto al «che cosa prescrive», spieghiamo anche il «perché».

Vorrei che chi esce da un corso portasse con sé sia il requisito da rispettare, sia gli strumenti per comprenderlo e riconoscere quando una situazione richiede un approfondimento.

Ecco perché, nei miei corsi, racconto anche i miei errori.

Metterli sul tavolo permette di discuterli: che cosa non avevo considerato? Perché quella scelta sembrava sensata? Come mi sono accorto del problema? Che cosa ho cambiato?

“Sbagliando si impara” è una frase incompleta. Si impara quando l’errore viene riconosciuto, analizzato e trasformato in una scelta migliore.

E possiamo imparare anche dagli errori degli altri, senza doverli ripetere tutti personalmente.

Questo riguarda chi utilizza una macchina, ma anche chi la progetta, chi organizza il lavoro, chi decide tempi e risorse. Vorrei che parlare di comportamenti significasse interrogarsi sulle scelte di tutti, comprese le nostre.

Cicerone parlava di “cultura animi”, coltivazione dell’animo. Mi piace ripartire da questa immagine: coltivare.

Possiamo continuare a seminare contenuti. Ma il terreno va preparato e curato: ascolto, rispetto, possibilità di fare domande, segnalare una difficoltà e ammettere un errore senza essere subito etichettati come incapaci.

Poi servono risposte concrete. Se chiediamo di segnalare un problema, dobbiamo anche occuparcene.

Per me, fare cultura della sicurezza significa anche questo: condividere conoscenze ed esperienze, discutere errori e soluzioni, verificare che cosa cambia nel lavoro quotidiano.

La prossima volta che prepariamo un corso, accanto alla norma da spiegare, scegliamo anche una decisione difficile da discutere e un errore da cui imparare.

Vogliamo coltivare sicurezza? Cominciamo anche da ciò che avremmo preferito non raccontare.

A cura dell’ing. Filippo Scopazzo.

Riferimento: Cicerone, Tusculanae disputationes, II, 13: «Cultura autem animi philosophia est».

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